LA PORTULACA, ANTICO SEGRETO PER ASSUMERE GLI OMEGA 3

La Portulaca

L’acido grasso polinsaturo omega3 ALA, acido alfa linolenico, è assolutamente indispensabile per la nutrizione umana. Oggi, per assumerlo, è sovente consigliato consumare quotidianamente 1 cucchiaio colmo di semi di lino biologici, ad esempio frullati nella “crema Budwig” della colazione. A volte quando tengo una conferenza mi viene posta questa obiezione: “Ma lei che parla di alimentazione secondo la nicchia ecologica, non vorrà mica dirci che una volta si mangiavano abitualmente i semi di lino?”.
Una volta si mangiavano abitualmente piante di crescita spontanea e questo avveniva sia in popolazioni di agricoltori, sia di pastori, sia di cacciatori raccoglitori, ovvero mangiare piante di crescita spontanea è cosa che l’uomo fa da sempre, dalla sua origine. Le piante di crescita spontanea, che a volte hanno addirittura carattere infestante, hanno vitalità di tutto rispetto e possono presentare sostanze che difficilmente compaiono in piante coltivate.
È il caso della Portulaca pianta di crescita spontanea diffusa e usata in passato come nutrimento in tutto il mondo. Essa è una pianta grassa ricchissima del fatidico acido grasso polinsaturo omega3 ALA.
Le piante grasse sovente contengono omega3. Anche le alghe che contengono omega3 sono piante grasse e i pesci che se ne nutrono sono di conseguenza naturalmente ricchi di omega3. Questo è il motivo per cui se i pesci sono allevati con prodotti che non contengono omega3 di conseguenza le loro carni ne sono povere.
La Portulaca, l’antico segreto umano per assumere gli omega3, è la spiegazione di come gli uomini primitivi che non erano pescatori si approvvigionassero nella loro dieta di omega3.
Le varietà della Portulaca sono diffuse in tutto il mondo: in Cina dove viene chiamata Ma-Chi-Xian, in Francia conosciuta col nome di Pourpier o Portulache, in Grecia detta Glistrida, in Argentina dove si chiama Flor de un Dia, in Inghilterra conosciuta come Purslane.
Abbiamo sicura conoscenza per testi scritti che la Portulaca era utilizzata nell’antico Egitto, in epoca Romana, nel Medioevo anche nei paesi Arabi e in tutto il bacino del Mediterraneo. Nella penisola Arabica il consumo della Portulaca è ancora oggi diffuso, soprattutto nella sottospecie sativa. Il famoso studio della Fondazione Rockefeller sulla vita degli abitanti dell’isola di Creta, constatò come tale pianta fosse fortemente presente nella loro alimentazione. Nel midì della Francia e in Grecia la si trova ancora nei mercatini dove vi sono i banchi degli ortolani.
Personalmente ho avuto occasione di acquistare la Portulaca in Grecia nell’isola di Amorgos, nell’arcipelago delle Cicladi, e nel mercatino di Edipsos, luogo termale già frequentato da Silla e poi dall’imperatore Adriano, nella parte nord dell’isola Eubea. Ho avuto occasione anche di gustarla come elemento di una deliziosa insalata mista in un ristorante di antica tradizione di Atene nel quartiere di Nea Smirne, il cui cuoco è lo zio di Nikos, amico psichiatra greco di chiara fama.
La Portulaca è una pianta di crescita spontanea considerabile infestante, infatti è molto più diffusa di quello che si possa pensare, tanto è vero che se ne trovano piante cresciute nelle crepe dei marciapiedi esposti al sole delle città, come ad esempio a Torino nella strada di fronte a casa mia o fra i cubetti di porfido sul piazzale antistante al Lingotto, antica fabbrica della FIAT ora diventata complesso commerciale, fieristico e di spettacolo di fama mondiale.
La Portulaca ha la caratteristica di resistere bene alla siccità e di crescere bene anche in terreni fortemente salini. È una pianta erbacea, grassa, dai fusti carnosi che strisciano ramificati sul terreno, tanto che gli Arabi nel Medioevo la chiamavano “baqla hamqa” che letteralmente significa pianta pazza, per come i rami si propagano in modo incontrollato seguendo il terreno. Le foglie sono piccole, carnose e ricche di acqua. I semi sono piccolissimi, molto numerosi, tondi e neri contenuti dentro specie di capsule che presentano come una piccola porta, da cui il nome botanico latino di Portulaca oleracea. In italiano è anche chiamata Porcellana, Porcacchia, Procaccia, Andraca, Sportellaccio.
Il grande numero di semi prodotti e la facilità di crescita fanno sì che sia una pianta spontanea e considerabile infestante, tanto che per l’uso alimentare umano è sempre stata raccolta quella di crescita spontanea senza coltivarla.
Pianta commestibile, consumata cruda in insalata o cotta o conservata sott’aceto, è ricca di proteine, di mucillagini, di polisaccaridi idrosolubili, di vitamina C e, dulcis in fundo, di acido grasso polinsaturo omega3 ALA, acido alfa linolenico. Quest’acido grasso è contenuto sia nei semi che nelle foglie in quantità ragguardevole. L’uso corrente era sia per l’alimentazione umana che per quella degli animali in cattività, ad esempio i maiali. Questa pianta infestante era consumata da tutti gli animali liberi in natura, particolarmente durante i periodi di siccità in cui la Portulaca, conservando, come tutte le piante grasse, la sua quantità d’acqua, costituiva anche un apporto idrico per gli animali assetati. Oggi la Portulaca risente dei diserbanti usati in agricoltura per cui è molto diminuita come quantità e diventa più rara anche per gli animali liberi. Questo spiega come in passato anche le carni degli animali terrestri fossero più ricche in omega3 e gli uomini (ad esempio i cretesi subito dopo la II guerra mondiale studiati dalla fondazione Rockefeller), essendo l’ultimo anello della catena alimentare, nonché nutrendosi loro stessi di Portulaca, avessero un grande apporto nutrizionale di omega3.
Nel corso di una mia lezione all’Università della Terza Età di Moncalieri, scoprii con piacere, che tutti i presenti conoscevano questa pianta. Quando dissi la parola Portulaca una signora dalla prima fila ribatté dicendo “Porcellana”, dal fondo della sala un’altra signora disse: “Ne abbiamo il giardino pieno!” e una terza signora “Mia madre la mangiava sempre in insalata”. Fu così che lanciai l’idea di fare uno studio, potremmo dire archeologico, nelle nostre radici culinarie per conoscere un po’ meglio la Portulaca, le sue potenzialità d’uso e riscoprire qualche ghiotta e antica ricetta degna della miglior guida gastronomica.

Da “Il Grande libro della DNE” di Lorenzo Bracco